A Kramatorsk, “non evacuiamo, perderemmo tutto”

L'immagine del palazzo distrutto in Chasiv Yar - nella regione di Donetsk dell'Ucraina orientale - in seguito a un bombardamento delle forze russe con missili Hurricane, 10 luglio 2022. (Ufficio Stampa Polizia Ucraina)

KRAMATORSK.  – Non solo c’è chi non se ne vuole andare ma c’è addirittura chi torna. L’evacuazione generale di civili dalla regione di Donetsk, ordinata da Kiev, procede a rilento e di traverso ci si mette anche un uragano che fa straripare il Kazennyi Torets e riempie d’acqua i sottopassi di Kramatorsk che portano all’unica strada rimasta libera per andare verso ovest.

</div
"Sarà la terza volta, da febbraio a oggi, che ci chiedono di andare via ma noi rimaniamo qua, chi voleva partire d'altronde l'ha fatto da tempo", spiega Natalya 39 anni nata e cresciuta a Kramatorsk. "Alla stazione invece che partire c'è addirittura chi torna, alcuni li conosco, hanno finito i soldi dopo mesi ospitati dai parenti o in albergo e non sanno più dove andare. E allora piuttosto che vivere in strada tornano a casa loro, sotto le bombe", racconta la donna.

Da Kiev fanno sapere che l'evacuazione è "obbligatoria ma non forzata", e a chiunque decida di non partire verrà chiesta la firma di un documento, sotto la propria "responsabilità personale, che attesti la decisione", spiegano dal Ministero della Reintegrazione dei Territori temporaneamente occupati. Tra le conseguenze c'è ne una però a cui è difficile girare intorno: il gas. Alle città del Donbass non arriva da settimane e da qui a pochi mesi le temperature precipiteranno sotto zero e sopravvivere all'inverno senza riscaldamento sarà quasi impossibile.

Qualcuno infatti parte, questa mattina in una decina sono saliti sui pullmini raccolti davanti alla missione “Arca della Salvezza”, a due passi dalla stazione di Kramatorsk, dove l’8 aprile un missile Tochka-U, divenuto celebre per la macabra scritta “bambini” sulla fusoliera uccise oltre 50 civili. I missionari offrono un pasto e vestiti nuovi a chi parte per Pokrovsk, dove poi prenderà un treno per Dnirpo per lasciarsi alle spalle il Donbass, forse per sempre.

I russi ormai premono sia a nord dove sono ormai quasi entrati a Slovyansk sia a sud dove l’esercito di Kiev fatica a resistere all’urto dell’assalto a Bakhmut: dovesse cadere una delle due, i soldati di Mosca potrebbero arrivare in pochi mgiorni a Kramatorsk, ultimo grande centro abitato della regione di Donetsk. Gli abitanti però fanno spallucce “siamo abituati a questo genere di allarmi, Zelensky lancia allarmi perché debe far vedere che sta facendo qualcosa, ma noi da casa nostra non ce ne andiamo” taglia secco Natalya.

In città sfrecciano quasi solo Suv mimetici senza targa, in pausa a uno dei pochi chioschi aperti un gruppo di soldati, braccia gonfie da palestra, barbe curate e tatuaggi da stadio. Sono tutti volontari uno è del Donbass, altri due sono delle Transcarpazia, nell’Ovest del Paese, un altro ancora è un polacco arrivato dall’inizio del conflitto. Hanno tutti una sola cosa in comune: sono artiglieri.

“Questa guerra ormai è uno scontro tra artiglierie”, spiega il polacco, “i cannoni a lungo raggio possono colpire ovunque, anche qui anche, ora sul mio hot dog” aggiunge il soldato ridendo “ma con quei cannoni teniamo a bada i russi, anzi fate sapere ai vostri governi in Europa che funzionano e che ne servono molti di più”.

(di Pietro Guastamacchia/ANSA).